Davvero quel che mangiamo incide sulla nostra mente oltre che sul corpo? La ricerca sembra rispondere che è proprio così e la pubblicazione di diversi studi sul tema lo conferma. I lavori più recenti, appena presentati al meeting annuale della Società americana di Neuroscienza, testimoniano soprattutto i danni che una dieta scorretta, troppo ricca di grassi o di zuccheri, può fare già a partire dal grembo materno.

Tanti i dati a confermarlo.

1. Da mamma in figlio. ricercatori della Duke University hanno indagato invece gli effetti infiammatori di una dieta materna molto ricca di grassi sul cervello dei topini. L’infiammazione del cervello del feto porta poi a sintomi di ansia e iperattività nei topi. E’ la conferma di quanto già osservato sugli umani: l’obesità in gravidanza è associata alla sindrome da iperattività e deficit di attenzione nel bambino.

2.Depressione adolescenziale

Abbandonando l’infanzia e addentrandci nell’età ingrata, i ricercatori della scuola di medicina dell’Emory University ad Atlanta hanno scoperto che una dieta ricca di fruttosio può esacerbare sintomi simili a quelli della depressione negli adolescenti. Il fruttosio è uno zucchero naturalmente presente in frutta e verdura, ma il rischio di assumerne quantità eccessive non deriva certo dal consumo di ortaggi, bensì da quello di bibite, merendine, cibi pronti. Nutrendo i topi per 10 settimane con una dieta ricca di fruttosio, i ricercatori hanno notato un’alterazione nella risposta allo stress a livello genetico: proprio ciò che succede alle persone depresse. Se questo accade in anni cruciali per lo sviluppo del cervello, come quelli dell’adolescenza appunto, le conseguenze possono essere particolarmente preoccupanti.

3.Autunno della mente – Credits: iStockphoto
Demenza

Secondo i ricercatori dell’Australian National university, l’epidemia di obesità alla quale assistiamo potrebbe essere in parte responsabile dell’epidemia di demenza che colpisce i paesi occidentali. Parole pesanti, ma supportate dai fatti. Uno studio su 420 adulti sani reclutati tra i sessantenni li ha seguiti per un periodo di 8 anni monitorando i cambiamenti nel peso corporeo e, grazie alla tac, nelle dimensioni dell’ippocampo, la regione del cervello che presiede alla memoria a lungo termine. Gli autori hanno notato che ad ogni chilo in più corrispondeva un rimpicciolimento dell’ippocampo, che si restringeva a un ritmo del 7,2% per ogni aumento di 2 punti dell’indice di massa corporea, che rappresenta il rapporto tra peso e altezza e viene utilizzato come indicatore per calcolare l’obesità. A quell’età il normale tasso di restringimento dell’ippocampo è compreso tra lo 0,5 e l’1% l’anno. Essere in sovrappeso o obesi, conclude lo studio, è associato a una peggior salute del cervello negli anziani. In particolare l’obesità raddoppia il rischio di demenza e aumenta del 60% quello di sviluppare la malattia di Alzheimer.

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